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Valutazione di base per la disabilità: spiegata la nuova procedura

Il sistema italiano di accertamento dell'invalidità sta affrontando una trasformazione epocale. L'introduzione della valutazione di base per la disabilità, pilastro fondamentale della riforma attuata con il D.Lgs. 62/2024, segna il passaggio da un modello puramente burocratico a uno più snello e centrato sulla persona. Questa evoluzione non riguarda solo la terminologia, ma modifica profondamente le modalità con cui i cittadini interagiscono con gli enti previdenziali.

Verso una semplificazione dei processi

L'obiettivo dichiarato della valutazione di base d.l. 62/2024 è quello di ridurre sensibilmente il carico amministrativo che spesso grava sulle famiglie e sui soggetti fragili. Una delle innovazioni più significative di questo nuovo impianto normativo è la possibilità, in specifiche circostanze che saranno dettagliate da decreti ministeriali, di richiedere l'accertamento senza dover necessariamente effettuare una visita medica in presenza. In questi casi, la commissione può deliberare basandosi esclusivamente sulla documentazione clinica fornita e sull'utilizzo di strumenti di valutazione standardizzati come il WHODAS (World Health Organization Disability Assessment Schedule). Questo meccanismo è stato pensato appositamente per snellire il processo di valutazione e garantire una gestione più efficiente delle pratiche.

Il ruolo centrale dell'INPS e delle UVB

Al centro di questo ecosistema troviamo la valutazione di base INPS, ora affidata alle nuove Unità di Valutazione di Base (UVB). Queste unità hanno il compito di riassorbire e unificare le funzioni precedentemente svolte dalle diverse commissioni per l'invalidità civile, l'handicap e la disabilità a fini lavorativi. La struttura delle UVB è multidisciplinare: oltre ai medici nominati dall'INPS, esse prevedono la partecipazione di rappresentanti delle associazioni di categoria e di professionisti dell'area psicologica e sociale. Questa composizione garantisce che ogni valutazione non si limiti a un esame clinico, ma consideri la condizione di salute nel suo complesso.

Trasparenza, tempi certi e futuro digitale

La riforma punta con decisione sulla certezza dei tempi di risposta. Il procedimento di valutazione deve infatti concludersi entro scadenze precise: 15 giorni per le patologie oncologiche, 30 giorni per i minori e 90 giorni per le altre casistiche. Inoltre, l'integrazione digitale tramite il Fascicolo Sanitario Elettronico e il "Portale della disabilità" permette una comunicazione costante e trasparente tra istituzioni e cittadino.

Rimanere informati su questi cambiamenti è essenziale per poter esercitare i propri diritti in modo efficace e tempestivo.

Vuoi approfondire come muoverti tra queste novità? La normativa è in continua evoluzione e comprendere ogni passaggio tecnico può fare la differenza.

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I requisiti fondamentali per ottenere il Congedo straordinario da Legge 104

L’art.33 è entrato ormai nel gergo della disciplina e del mondo “comune” della disabilità proprio perché regolamenta una problematica comune a tutti i portatori di handicap e a tutti i caregiver. Forse per chi non vive sulla propria pelle la convivenza con un handicap non è facile da capire, ed è normale; ma stabilire la possibilità per un lavoratore di prendersi cura di una persona cara senza dover rinunciare alla propria dignità di lavoratore è qualcosa di molto importante. 

Non si tratta di stabilire quanto la società civile sia solidale con il problema. Si tratta di cercare di rendere un po’ più normale una situazione che normale non è. 

In molti, quindi, si riferiscono all'art. 33 quando parlano dei "congedo 104", ma non tutti conoscono le condizioni precise che prevede il congedo straordinario per assistere una persona non autosufficiente, che vedremo nel dettaglio.

Una panoramica sulle caratteristiche del Congedo da Legge 104

Come sottolineato anche nell’articolo di approfondimento sui permessi retribuiti 104, l’articolo 33 contiene una delle norme più importanti per un lavoratore caregiver che deve assistere un familiare con difficoltà riconosciute, perché regola i rapporti tra la vita del caregiver lavoratore e quella del caregiver in quanto tale, e senza che la prima debba necessariamente essere sacrificata, permettendo allo stesso tempo il diritto alle cure necessarie. 

Di cosa si tratta?

Il congedo da legge 104 è un periodo prolungato di assenza dal lavoro – fino a un massimo di 2 anni – destinato alla cura e all’assistenza di una persona con handicap grave (riconosciuto dalla legge 104 articolo 3, comma 3), che può essere richiesto da un caregiver familiare seguendo una gerarchia di precedenza, specificata nell’art.42 del Decreto legislativo 151/2001 al comma 5: 

1 - coniugi, partner o conviventi di fatto 

"Il coniuge convivente di soggetto con disabilità in situazione di gravità, accertata ai sensi dell'articolo 4, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ha diritto a fruire del congedo..."

2 - genitori 

“In caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente o della parte di un'unione civile o del convivente di fatto, hanno diritto a fruire del congedo il padre o la madre anche adottivi;”

3 - figli 

"...in caso di decesso, mancanza o in presenza di patologie invalidanti del padre e della madre, anche adottivi, ha diritto a fruire del congedo uno dei figli conviventi;"

4 - fratelli e sorelle

"...in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti dei figli conviventi, ha diritto a fruire del congedo uno dei fratelli o delle sorelle conviventi;"

5 - parenti fino al terzo grado.

"...in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti di uno dei fratelli o delle sorelle conviventi, ha diritto a fruire del congedo il parente o l'affine entro il terzo grado convivente." 

A differenza della legislazione sui Permessi retribuiti dalla legge 104, nel caso del congedo straordinario rimane attivo il referente unico. Cosa significa? Una sola persona alla volta può usufruire del congedo facendo richiesta tramite il portale INPS. 

IMPORTANTE: la risposta arriverà entro 30 giorni dalla data di richiesta, che non può essere respinta dal datore di lavoro.

Il congedo per genitori con figli minori

Nel caso in cui la persona portatrice di handicap sia un minorenne l’ordine di priorità va chiaramente in favore di uno dei genitori e la durata massima del congedo parentale può prolungarsi di 12 mesi, nel caso di figli/persone disabili con meno di tre anni. E c’è un’ulteriore accorgimento: è possibile richiedere anche 2 ore di permesso giornaliero. 

Se il figlio con difficoltà è invece in età compresa tra i 3 e i 12 anni (o nel caso dell’adozione, entro i 12 anni di età), non è previsto nel congedo legge 104 il permesso giornaliero di 2 ore in aggiunta. Potranno sempre chiedere i 3 giorni mensili e il prolungamento del congedo fino a 3 anni.

In entrambi i casi, non è possibile usufruire di tutte le opzioni insieme, ma andranno organizzate come specificato in questo articolo sulla gestione corretta di permessi e congedi da legge 104.  



La Convivenza con la persona curata  

Per dare valore al congedo straordinario da legge 104 deve esserci una condizione di fondo da rispettare: la convivenza con la persona di cui ci si prende cura presso lo  stesso appartamento o lo stesso numero civico. 

Questa convivenza, però, non deve obbligatoriamente essere in corso nel momento in cui si fa domanda per il congedo: infatti, il Decreto 151/2001 specifica che 

Il diritto al congedo … spetta anche nel caso in cui la convivenza sia stata instaurata successivamente alla richiesta di congedo.

Cosa significa? Significa che la convivenza può essere instaurata anche dopo aver presentato la domanda, a patto che il caregiver provveda ad un cambio di residenza valido per tutta la durata del congedo. 

In alcuni casi si può anche evitare di effettuare il cambio di residenza, richiedendo una dimora temporanea nel Comune in cui risiede la persona bisognosa di cure. 

Esistono quindi le possibilità per richiedere il congedo anche da parte di chi non risiede con la persona bisognosa. In questi casi, può essere utile informarsi su come ottenere la residenza o il domicilio temporaneo per il congedo straordinario, così da rispettare i requisiti richiesti dalla normativa. 

Va da sé che la richiesta di congedo da parte di un familiare non convivente dovrà “fare i conti” con la gerarchia di precedenza vigente sui congedi, di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente

Facciamo un esempio pratico:

Matteo ha 11 anni, ha una disabilità grave riconosciuta dalla legge 104 e vive solo con la mamma perché i suoi genitori sono separati. La mamma di Matteo, che è una lavoratrice dipendente e vive insieme a lui, ha la precedenza a richiedere il congedo per assistere il figlio, in quanto genitore convivente.

Anche il papà potrà fare domanda di congedo straordinario, ma potrà usufruirne solo dopo aver presentato richiesta per un cambio di residenza temporaneo e in alternativa alla mamma di Matteo. 

Eccezioni a congedo e convivenza

La convivenza, quindi, è un requisito essenziale e oggettivo per ottenere il congedo straordinario, indipendentemente dal grado di parentela con la persona assistita. 

Esistono però alcune situazioni in cui la convivenza non è necessaria per il congedo 104. Si tratta ovviamente di motivi giustificati come lo spostamento fuori sede per un lavoro temporaneo, un ricovero o qualche altra emergenza. Oppure, non è necessario essere conviventi se il caregiver di riferimento presta di fatto assistenza continuativa e costante. 

Sarà l’INPS a dover approvare questa condizione dopo aver ricevuto da parte del caregiver una documentazione formale per ottenere assistenza continuativa.

Per chiarire meglio le situazioni che possono fare a meno del requisito di convivenza con la persona bisognosa, forniamo alcuni esempi come chiarimento. 

1. Assistenza a distanza per ricovero ospedaliero

La madre di Vanessa è disabile grave ed è ricoverata in una struttura sanitaria. Vanessa, convivente con la mamma prima del ricovero, continua ad assistere quotidianamente con visite e supporto amministrativo. In questo caso sono ammessi sia il congedo, sia il permesso retribuito.

2. Lavoratore temporaneamente trasferito per lavoro

Carlo, che vive con suo figlio Paolo, disabile, viene assegnato per tre mesi a una sede lavorativa distante, ma rientra nei fine settimana per assisterlo.

La residenza anagrafica non cambia, e l’impegno assistenziale è ancora reale, quindi può mantenere l’accesso ai permessi 104 e, in certi casi, anche al congedo.

3. Disabile trasferito temporaneamente da parenti per motivi di cura

Giovanni è una persona anziana disabile grave che vive con sua figlia Anna, ma per un mese viene ospitato dall’altra sua figlia Carla per motivi familiari o di riposo. Anna però continua ad occuparsi in prima persona di cure mediche, burocrazia e visite.

La convivenza di Giovanni e Anna ètemporaneamente sospesa, ma Anna resta l’assistenza principale, quindi può mantenere il diritto ai permessi/congedo presentando una dichiarazione sostitutiva.

Congedo straordinario legge 104 durante ricovero ospedaliero

Come previsto anche per i permessi da legge 104, il congedo straordinario non può essere concesso se la persona con disabilità grave è ricoverata presso una struttura sanitaria. Anche in questo caso, esistono alcune eccezioni: 

  • Se è il medico della struttura a richiedere la presenza del familiare
  • Se la persona con disabilità grave vive ormai in condizioni di stato vegetativo o terminale
  • Se la persona con disabilità deve assentarsi dalla struttura per fare delle visite 

Ecco un esempio chiarificatore

Ginevra è la mamma disabile di Maurizio e viene trasferita per due mesi in una struttura sanitaria perché le sono rimasti ormai pochi mesi di vita. Maurizio continua a prestare assistenza ogni giorno sul posto.  

Maurizio può ottenere i benefici da congedo legge 104.

Come viene pagato il periodo di congedo legge 104 straordinario? 

Il congedo straordinario previsto dalla Legge 104 è retribuito sulla base dell’ultima busta paga percepita, compresa di tredicesima (e quattordicesima, se prevista da contratto) , attraverso indennità erogata dall’INPS che replica il valore delle voci fisse e continuative dello stipendio. 

Durante il periodo di congedo vengono riconosciuti i contributi previdenziali figurativi, che risultano validi ai fini del calcolo della pensione, ma  non si maturano giorni di ferie, Tfr e non si matura la tredicesima..

Tuttavia, esiste un tetto massimo annuo alla retribuzione erogabile, che viene aggiornato ogni anno: per il 2025 è fissato a 57.038 euro (fonte Gruppo Falcri di Intesa San Paolo)

Conclusioni

Il congedo straordinario rappresenta solo uno degli strumenti previsti dalla normativa per sostenere i caregiver nella loro attività di assistenza a un familiare con disabilità grave riconosciuta ai sensi della Legge 104. Proprio perché questi strumenti sono molteplici e potenzialmente incisivi sulla gestione lavorativa, il loro utilizzo è stato definito con regole precise per garantirne un uso corretto e tutelare allo stesso tempo i diritti di chi assiste e quelli del datore di lavoro. 

Se vuoi capire come gestire correttamente le varie richieste previste dalla legge ti consigliamo di consultare la nostra guida su come organizzare e usufruire correttamente di congedi e permessi retribuiti, affinché ogni scelta sia consapevole, legittima e sostenibile nel tempo.



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Permessi Legge 104: la Guida Pratica per non sbagliare (con Modelli e Calcoli)

Prendersi cura di un familiare con disabilità è una sfida continua al tempo, l’equilibrio e le scelte che si intrecciano con la vita quotidiana e lavorativa. 

Per molti, la giornata non finisce varcata la soglia del posto di lavoro; al contrario, inizia un secondo tempo, forse ancor più pressante del primo, nel quale si svestono i panni del lavoratore e si indossano quelli del caregiver che, per definizione, deve essere presente al fianco della persona bisognosa.

Le esigenze sono tante: lo sono quelle delle persone normo dotate, figuriamoci quelle di un portatore di handicap. E oltre ad essere tante, non si concentrano solo in quella parte finale di giornata, o in quelle ore specifiche, che riusciamo a dedicare loro. 

Servirebbe più tempo; delle volte anche solo qualche ora in più: una mattina libera per accompagnare un figlio a una visita o una sorella al parco per qualche ora a prendere una boccata d’aria. 

Ci sono quindi delle necessità e dei doveri a cui far fede nel corso delle giornate delle persone di cui ci prendiamo cura. Ma come si fa ad affrontare questo senza rinunciare alla propria stabilità lavorativa ed economica?

L'articolo 33 della Legge 104/92 rappresenta in questo senso un'ancora di salvezza che ti permette di respirare, garantendoti 3 giorni di permesso retribuito al mese. Ma tra burocrazia INPS e timore di parlarne col datore di lavoro, la paura di sbagliare è tanta.

In questa guida ti spiego esattamente chi ne ha diritto, come si calcolano e come richiederli senza errori.

Cosa sono i permessi retribuiti (e quanto ti spetta davvero)

Si tratta di ore di permesso, cumulabili ogni mese fino a 3 giorni lavorativi, che possono essere utilizzate da un lavoratore dipendente con disabilità o da lavoratori dipendenti che devono assistere una persona con handicap grave, riconosciuto dall’articolo 3 comma 3 della legge 104

Nel caso dei caregiver, le ore di permesso retribuito mensile a disposizione variano in base alle ore di lavoro, e vengono quindi proporzionate in caso di lavoro part-time attraverso un calcolo delle ore di permesso retribuito spettanti

Viene così riconosciuto anche il valore del lavoro di cura, permettendo ai dipendenti del settore pubblico e privato di assentarsi dal lavoro senza perdere la propria retribuzione; è una tutela che vale in primis per il lavoratore con handicap e poi anche per i caregiver. 

⚠️ Lavori Part-Time? Attenzione al ricalcolo. Se il tuo orario è ridotto (verticale o orizzontale), i 3 giorni non sono sempre pieni. Il calcolo dell'INPS è complesso e sbagliare significa vedersi decurtare lo stipendio.

Come vengono retribuiti i permessi 104

Secondo il comma 4 dell’articolo 33 della legge 104, vanno applicate ai permessi le disposizioni contenute all’interno degli articoli 43 e 44 del decreto legislativo 151/2001 che offre disposizioni a tutela e sostegno della maternità e della paternità. 

Questi articoli specificano che il permesso ha un’indennità pari all’importo dello stipendio che il lavoratore avrebbe percepito se avesse lavorato durante quel periodo (art.43)

“Per i riposi e i permessi di cui al presente Capo è dovuta un’indennità, a carico dell’ente assicuratore, pari all’intero ammontare della retribuzione relativa ai riposi e ai permessi medesimi. L’indennità è anticipata dal datore di lavoro ed è portata a conguaglio con gli apporti contributivi dovuti all’ente assicuratore.”

e che gli stessi permessi sono coperti da contributi figurativi (art.44), riconosciuti al lavoratore per il calcolo della pensione anche per i periodi in cui l’attività lavorativa viene sospesa o è ridotta perché la legge ha previsto una tutela previdenziale (art.44). 

“I tre giorni di permesso mensile di cui all’articolo 42, commi 2 e 3, sono coperti da contribuzione figurativa”

Chi può chiederli (Le nuove regole sui referenti)

Il diritto a richiedere i permessi retribuiti 104 per assistere la persona bisognosa spetta a genitori, coniugi o conviventi (che si tratti di unione civile o coppia di fatto), figli, fratelli e sorelle o parenti fino al secondo grado di parentela. Nel caso in cui coniugi o genitori abbiano superato i 65 anni di età, siano affetti da qualche patologia invalidante oppure siano venuti a mancare. 

Nel corso degli anni la legislatura ha attuato alcuni cambiamenti ed ha reso più facile l’accesso ai permessi 104: ad esempio, a differenza del congedo straordinario, ha abolito la figura del referente unico dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 105 del 2022, riconoscendo a più persone tra quelle elencate sopra il diritto di fare domanda per richiedere il permesso retribuito come caregiver.

Come fare domanda (senza impazzire)

Per ottenere i permessi non basta "dirlo al capo". Serve una doppia procedura:

  1. Domanda telematica all'INPS.
  2. Comunicazione scritta al Datore di Lavoro.

Molti caregiver si bloccano sul secondo punto: Cosa scrivo nella lettera? Come glielo dico?

Domande frequenti e Casi particolari

Più caregiver per una singola persona con disabilità grave

Ci sono comunque delle limitazioni ai permessi. Ad esempio, la somma dei permessi presi dai soggetti che ne hanno diritto non deve sforare il limite complessivo dei tre giorni di assistenza disponibili per una persona con disabilità.

Aiutiamo a capire con un esempio concreto. 

Chiara e Marco sono genitori di Giulia, una bambina di 8 anni con disabilità grave riconosciuta. Sia Chiara che Marco sono lavoratori dipendenti e hanno diritto ai permessi retribuiti Legge 104 (3 giorni al mese). Nel mese di luglio Giulia deve affrontare una serie di visite mediche e per questo Chiara prende 2 giorni di permesso 104, il 13 e 14 luglio, per accompagnare Giulia alla prima visita e passare il giorno successivo insieme a lei. In quei due giorni Marco non potrà ottenere permessi retribuiti per stare con Giulia. Potrà chiederli e ottenerli in tutti gli altri giorni, tranne il 13 e 14 luglio.

Un solo caregiver per più persone con disabilità grave

La legge prevede anche in questo caso la possibilità per un singolo soggetto che ne ha diritto di richiedere permessi retribuiti per assistere più di una persona riconosciuta con disabilità grave. I giorni di permesso disponibili per il caregiver rimangono sempre 3 però, da distribuire eventualmente su tutte le persone che intende assistere. 

Inoltre, le domande di richiesta all’INPS da parte del caregiver devono essere pari al numero delle persone che intende assistere (2 persone assistite, 2 domande INPS di permesso).

Anche in questo caso forniamo un esempio per spiegare la situazione:

Chiara è una lavoratrice dipendente che ha intenzione di assistere sia la madre disabile sia la cugina Giulia, anche lei portatrice di handicap grave riconosciuto e rimasta senza genitori. Chiara dovrà inoltrare all’INPS due distinte domande per usufruire dei permessi retribuiti 104, ma avrà a disposizione 3 giorni lavorativi totali da alternare nell’assistenza alla madre e alla cugina. Ad agosto, ad esempio, potrà dedicare due giorni ad assistere in permesso la madre e un solo giorno ad assistere la cugina Giulia.  

IMPORTANTE: Nello stesso mese possono fruire dei permessi legge 104 sia i familiari che prestano assistenza, sia lo stesso lavoratore disabile grave per sé stesso (articolo 33 comma 6 legge 104).

Permessi retribuiti 104 per i genitori richiedenti

La legge tutela ulteriormente il ruolo del genitore di figli minori nell’utilizzo dei permessi retribuiti. Nello specifico, se il figlio con disabilità grave ha un’età inferiore ai 3 anni, i genitori possono usufruire di 3 giorni di permesso al mese + 2 ore di permesso al giorno. 

Nel caso in cui, invece, la disabilità grave sia riconosciuta ad un figlio in età compresa tra  3 e 12 anni (o in caso di adozione entro i 12 anni) il genitore ha diritto a 3 giorni di permesso frazionabili anche in ore. 

La distanza dalla persona assistita

Se la persona con disabilità grave accertata tramite comma 3 articolo 3 della legge 104 abita a più di 150 chilometri di distanza dal caregiver che usufruisce del permesso, sarà necessario esibire o allegare alle richieste un documento di viaggio valido che attesti che si è effettivamente andati ad assistere la persona bisognosa. 



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Come alternare correttamente permessi 104 e congedo nello stesso mese

La legge 104/92 a cui facciamo costantemente riferimento aiuta, per fortuna, i dipendenti pubblici e privati a tutelare i propri diritti persone che lavorano e contemporaneamente si prendono cura di una persona cara. Non tutti però sanno cosa spetta loro e cosa no; cosa il datore di lavoro è obbligato ad accettare e su cosa invece può far valere i propri diritti. O ancora, quali sono i confini entro i quali il lavoratore caregiver è legittimato ad agire senza fare un uso improprio dei permessi da legge 104 o di altre agevolazioni che gli spettano, a patto di non abusarne.  

Uno di questi aspetti poco conosciuti è rappresentato dall’equilibrio tra permessi e congedi da legge 104: quando è possibile richiederli? Come richiederli? Quando richiedere una cosa e quando invece non è possibile usarne un’altra? 

In questo articolo analizziamo ciò che si può fare e ciò che invece è da evitare da parte dei lavoratori dipendenti caregiver quando si utilizzano i permessi retribuiti mensili, e come questi si rapportano con le richieste in corso di congedo straordinario previsto dalla legge. 

Cosa prevede l’utilizzo dei permessi retribuiti per la legge 104

Come fatto anche nell’articolo dedicato ai permessi 104, iniziamo col dire che un lavoratore dipendente, in quanto caregiver di una persona a cui è stata accertata una disabilità grave secondo l’art. 3 comma 3 della legge 104, può assentarsi dal luogo di lavoro per prendersi cura della persona assistita, usufruendo di 3 giorni di permesso retribuiti al mese. 

Le ore di permesso retribuito mensile vengono proporzionate in base all’orario di lavoro, adattandosi quindi ai contratti part-time (consulta il link di seguito se vuoi sapere come calcolare quanti giorni di permesso retribuito ti spettano)

Il diritto alla richiesta e l’utilizzo dei permessi legge 104 spetta a coniugi, conviventi, genitori, figli, fratelli, sorelle o parenti entro il secondo grado, e in alcuni casi anche entro il terzo grado, qualora manchino figure prioritarie o siano impossibilitate. A seguito degli aggiornamenti normativi – tra cui il superamento del vincolo del referente unico introdotto dal D.Lgs. 105/2022 – più caregiver possono ora fare richiesta per la stessa persona assistita, pur nel rispetto del limite massimo di tre giorni di permesso mensile.

Questo significa che, anche se più familiari sono autorizzati, i giorni totali per quella persona restano comunque 3. 

Al contrario, un solo caregiver può essere autorizzato ad assistere più persone con disabilità, presentando una domanda distinta per ognuna: in tal caso, i tre giorni mensili complessivi dovranno essere suddivisi tra i diversi assistiti.

Permesso giornaliero di 2 ore per genitori con figli disabili minori

Per i genitori che assistono un figlio con età inferiore ai 3 anni (con handicap grave) la legge aggiunge ai giorni di permesso retribuito mensili anche un permesso giornaliero di 2 ore

Per i figli da assistere dai 3 ai 12 anni, invece, non vengono riconosciute le 2 ore di permesso giornaliero, ma restano attivi i 3 giorni di permesso al mese frazionabili anche in ore. 

Come distribuire correttamente permessi e congedi senza farne un uso improprio

Avere a disposizione più strumenti di tutela e agevolazioni da parte di un caregiver fa sorgere allo stesso alcune domande lecite su come distribuire gli impegni - e quindi i permessi e i congedi - nel tempo. Soprattutto perché, se ne fa un uso improprio, a rimetterci è la persona che necessita di cure. E nessuno vuole questo! Perciò analizziamo alcune situazioni che potrebbero verificarsi circa la cumulabilità o la sovrapposizione tra richieste di permessi retribuiti, prolungamento dei congedi e ore di riposo giornaliero, allo scopo di evitare errori. 



Permessi 104 e congedo straordinario nello stesso mese

Caso 1

Se viene chiesto il prolungamento del congedo parentale o le 2 ore di riposo giornaliero in caso di figlio disabile sotto i 3 anni, i permessi 104 si sospendono automaticamente.

Quindi, in sostanza, se un genitore chiede e ottiene il prolungamento del congedo parentale oppure le 2 ore di riposo giornaliero, allora i permessi 104 (3 giorni al mese) vengono sospesi in automatico per tutto il tempo in cui è attivo quel diritto.

Una volta finito il periodo di congedo, i permessi 104 che erano stati sospesi ripartono da soli, senza dover rifare la domanda.

Esempio pratico:

Martina è mamma di Luca, un bambino con disabilità grave, e usufruisce già dei 3 giorni di permesso 104 ogni mese. A maggio Martina decide di richiedere il prolungamento del congedo parentale, che viene approvato. Quindi per tutto maggio i 3 giorni di permesso 104 vengono sospesi automaticamente. Finito il periodo di congedo (ad esempio il 31 maggio), a partire da giugno i 3 giorni di permesso 104 tornano attivi senza che Martina debba fare nulla.

Caso 2

Se un genitore sta usando il congedo parentale prolungato o le 2 ore di riposo giornaliero, l’altro genitore (o chiunque altro) non può chiedere permessi 104 per quel mese per lo stesso disabile.

Quando uno dei due genitori sta già usando il prolungamento del congedo parentale oppure le 2 ore di permesso giornaliero, allora nessun altro (nemmeno l’altro genitore) può richiedere i 3 giorni di permesso 104 nello stesso mese, per lo stesso figlio disabile.

Esempio pratico:

Mario e Anna sono i genitori di Giulia, una bambina con disabilità grave. A giugno, Anna è autorizzata a usare le 2 ore di riposo giornaliere ogni giorno dal lavoro, mentre Mario vorrebbe chiedere i 3 giorni di permesso 104 per aiutare Anna a gestire le visite mediche

 

Situazione Cosa succede ai permessi 104 Possono essere richiesti da un altro genitore/caregiver nello stesso mese? Note importanti
Viene approvato il prolungamento del congedo parentale I 3 giorni di permesso 104 vengono sospesi automaticamente per la durata del congedo e riattivati d’ufficio al termine ❌ No, per lo stesso assistito nello stesso mese Nessuna nuova domanda necessaria: ripartono da soli
Si usufruisce delle 2 ore di riposo giornaliero I permessi 104 vengono sospesi per quel periodo ❌ No, per lo stesso assistito nello stesso mese Vale sia per il genitore che per altri aventi diritto
Terminato il periodo di congedo o ore giornaliere I permessi 104 riprendono automaticamente dal mese successivo ✅ Sì Non serve nuova domanda, validità come da autorizzazione precedente

Conclusioni

Organizzare in modo corretto permessi 104 e congedo straordinario nello stesso mese non è solo una questione di regole da rispettare, ma un passo fondamentale per garantire assistenza costante e serena ai propri cari. Conoscere limiti, compatibilità e modalità di alternanza tra le diverse agevolazioni – come i 3 giorni di permesso retribuito, le ore di riposo giornaliero e il congedo straordinario –  permette di evitare errori, sospensioni inattese e inutili stress burocratici. 

In questo senso, la nostra guida pratica aiuta a seguire correttamente le indicazioni della Legge 104 e beneficiare di tutte le agevolazioni possibili,  migliorando così la gestione del tuo tempo e quello degli altri caregiver.

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Come usufruire dei permessi 104 per lavoratori con part time verticale e orizzontale 

Abbiamo già affrontato nei due articoli dedicati all’interno del nostro portale le caratteristiche dei Permessi 104 e dei Congedi straordinari come strumenti importanti a disposizione del lavoratore disabile grave in possesso dell’art.3 comma 3 della legge 104 o dei caregiver che prestano cura. 

Quello a cui andremo a dare risposta in questo articolo risponde alla domanda specifica sul tempo a disposizione dei lavoratori dipendenti, giorni oppure ore, per assentarsi dal luogo di lavoro e curarsi o prestare cura.  

Riproporzionamento e frazionamento a ore dei permessi 104 mensili

Sappiamo grazie alla nostra guida sui Permessi retribuiti da legge 104 che al lavoratore dipendente (pubblico e privato) spettano 3 giorni di permesso retribuito, sia egli disabile grave o familiare curante, secondo le regole stabilite dalla legislazione. Sappiamo anche che questi 3 giorni di permesso possono essere fruiti non solo a giornate intere, ma anche frazionati in ore

Ma queste condizioni sono valide per tutti i lavoratori dipendenti?

In realtà ci sono delle condizioni, definite sulla base del tipo di contratto del lavoratore e dalla modalità con cui si vuole usufruire dei permessi. In particolare, l’INPS ha fornito nella Circolare n. 45/2021 indicazioni precise su come proporzionare i giorni (e le ore) di permesso sulla base dei contratti a tempo pieno e part time, distinguendo tra diverse casistiche. 

Calcolo delle ore per permessi 104 su part time orizzontale

Per contratti di lavoro part time di tipo orizzontale per cui il dipendente lavora tutti i giorni della settimana, ma con un orario ridotto rispetto al tempo pieno, restano invariati i tre giorni di permesso 104: anche se le ore di lavoro sono minori rispetto a un contratto full-time, se supera il 51% delle ore non avviene nessun riproporzionamento delle ore. 

Nel caso in cui il lavoratore dipendente voglia usufruire in modo frazionato dei giorni a disposizione, il permesso va calcolato in ore, secondo questa formula riportata nel Messaggio INPS numero 16866/2007

(Orario part-time settimanale / Orario tempo pieno settimanale) × 3 giorni

Ad esempio, per un lavoratore dipendente full-time con contratto da 40 ore settimanali lavorate su 5 giorni, il calcolo sarà: 

(40/5) x 3 = 24 ore 

Invece, un lavoratore con contratto part time verticale di 26 ore lavorate su 5 giorni avrà diritto a: 

(26/5) x 3 = 15,6 ore 

Il tetto massimo di 18 ore mensili stabilito dall’INPS viene applicato ai lavoratori con orario normale di lavoro settimanale di 36 ore spalmato però su 6 giornate lavorative. 



Permessi 104 per part time di tipo verticale

La situazione cambia nel caso delle richieste di permessi retribuiti 104 a ore fatte da lavoratori dipendenti con contratto part time verticale o misto. Nel caso di contratti con meno del 50% delle ore lavorate rispetto al tempo pieno non è possibile usufruire dei 3 giorni al mese di permesso: sarà necessario utilizzare una nuova formula che calcoli in modo proporzionato i giorni di permesso rispetto alle ore lavorate da contratto:

 (Orario part-time settimanale / Orario tempo pieno settimanale) × 3 giorni

Quindi, nell’ipotesi in cui un lavoratore dipendente lavori 18 ore settimanali distribuite su 3 giornate, i giorni di permesso retribuito a disposizione saranno: 

(18/40) x 3 = 1,35 giorni

I tre giorni di permesso si riducono solo se il part-time è verticale o misto e si lavora solo in alcuni giorni del mese. Se invece in quel mese il lavoratore ha fatto ad esempio una sostituzione e ha lavorato a tempo pieno, non si riducono.

Ovviamente, anche nel caso di part time verticale o misto con soglia di ore lavorate inferiore al 50% rispetto al full-time, c’è la possibilità di fruire del permesso frazionato ad ore. La formula è uguale a quella utilizzata per il calcolo ore dei permessi 104 a part time orizzontale: 

(Orario part-time settimanale / Giorni tempo pieno settimanale) × 3 giorni

Sempre nell’ipotesi del lavoratore con contratto part time verticale a 18 ore settimanali su 3 giorni, le ore di permesso mensile frazionato saranno: 

(18/5) x 3 = 18,8 ore

Eccezioni per permessi part time verticale o misto

Nei casi di lavoro part‑time verticale o misto che però supera il 50 % delle ore di lavoro di un contratto a tempo pieno, i permessi sono riconosciuti per intero (3 giorni/mese), senza riproporzionamento.

Permessi 104 in forma oraria e smart working 

Anche al lavoratore dipendente che lavora in regime di smart working non può essere negata la possibilità di fruire dei permessi retribuiti garantiti dalla legge 104/92 in modalità oraria. Lo ha stabilito l’Ispettorato del Lavoro con la nota n. 7152/2021.

L’organizzazione del lavoro in modalità smart working, infatti,  aveva suscitato alcune incertezze sull’applicazione della legge 104, soprattutto da parte della Pubblica Amministrazione, che ne aveva sostenuto l’incompatibilità, e portato alcuni giudici a esprimere pareri contrari.

Come calcolare i permessi 104 in caso di lavoro notturno o con turnazioni

Il lavoro a turni comprende tutte le modalità in cui l’attività si svolge su più fasce orarie, alternando il servizio durante la giornata, la sera o la notte, e includendo anche i giorni festivi. Questa organizzazione può incidere sulla gestione dei permessi retribuiti della legge 104, specialmente quando si opta per il frazionamento in ore

Permessi retribuiti 104 durante turni notturni

Quando un turno inizia in un giorno e termina in quello successivo (ad esempio dalle 22:00 alle 06:00), il Messaggio INPS chiarisce che un permesso fruito in modalità giornaliera si considera come un solo giorno, anche se l’orario di lavoro attraversa la mezzanotte. Il conteggio si riferisce infatti al turno lavorativo, non alla data di calendario.

Calcolo delle ore mensili per i permessi frazionati

Per chi utilizza i permessi a ore, l’INPS stabilisce che il monte ore mensile venga determinato calcolando l’orario medio di lavoro giornaliero e moltiplicandolo per i tre giorni di permesso spettanti. La formula di riferimento è: 

(Ore settimanali contrattuali / Giorni medi di lavoro settimanali) × 3 = Ore di permesso mensili

Ipotizziamo, ad esempio, che un lavoratore abbia un contratto full-time di 40 ore settimanali, distribuite su 5 giorni di lavoro (turni da 8 ore ciascuno). 

(40 ore / 5 giorni medi) x 3 = 24 Ore di permesso mensili
 

Se il turno di lavoro notturno (che generalmente viene calcolato dalle 24:00 alle 5:00) va dalle 22:00 alle 06:00, queste 8 ore vengono considerate come un unico giorno di permesso, anche se attraversano la mezzanotte. 

 Allo stesso modo, se il turno cade in un giorno festivo e il lavoratore utilizza il permesso, questo viene comunque conteggiato come un giorno intero.

Questo sistema, valido anche per chi lavora a turni notturni, assicura un criterio uniforme e proporzionato in base all’orario contrattuale. Secondo le istruzioni INPS, il calcolo deve sempre fare riferimento all’orario medio giornaliero previsto dal contratto, indipendentemente dalla durata effettiva dei singoli turni.

Giorni di permesso durante le festività

Se un turno di lavoro cade in una giornata festiva, il permesso richiesto per quella data viene considerato a tutti gli effetti come un giorno intero di assenza, proprio come avverrebbe in un giorno lavorativo ordinario. La festività non riduce il diritto al permesso.

Permessi legge 104 12 giorni durante l’emergenza COVID

Solo durante l’emergenza COVID‑19, in base al Decreto Cura Italia e poi al Decreto Rilancio,  era stata introdotta una misura temporanea che estendeva i permessi mensili ordinari previsti dalla legge 104: ai già previsti 3 giorni/mese se ne aggiungevano 12 giorni complessivi per i mesi di marzo e aprile 2020, più ulteriori 12 giorni complessivi utilizzabili per i mesi di maggio e giugno dello stesso anno.

L’INPS aveva confermato, tramite circolare, che questi 12 giorni extra potevano essere fruiti anche tutti insieme in uno solo dei due mesi, pur mantenendo valido il limite base di 3 giorni mensili ordinari. 
 



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Domande e risposte per alternare ferie, permessi, congedo straordinario da Legge 104

Possiamo davvero utilizzare termini come “vacanze”, “riposo” o “ferie” quando una parte della nostra vita, se non la sua totalità, è devota all’assistenza e alla cura di una persona? Esistono momenti di svago in cui un genitore, un coniuge, un compagno ma anche un figlio possano davvero dire di aver staccato l’interruttore dai problemi per essere, una volta ogni tanto, sanamente egoisti e dedicare un po’ di tempo e spazio alla cura di sé?

Le risposte a queste domande sono molto personali: c’è chi è in grado di scindere correttamente i ruoli di caregiver e individuo, chi non riesce, chi ha la possibilità di vivere momenti di libertà perché contornato di altre persone che lo aiutano e c’è chi, invece, questa possibilità non la possiede.

Quello che sappiamo è che la legge italiana ha cercato degli strumenti per agevolare una separazione tra il tempo dedicato alla cura di altre persone e il tempo che un singolo individuo richiede come riposo dal proprio lavoro. In questa direzione sono stati inseriti a fianco del diritto alle ferie gli strumenti del permesso retribuito e il congedo straordinario 104, che hanno il pregio di garantire a chi lavora ed è anche caregiver lo spazio necessario per assistere una persona cara, con tutte le tutele economiche del caso.

Esiste poi una realtà che potremmo definire più “pratica” legata alla realtà di tutti giorni e che riguarda la maggioranza dei lavoratori dipendenti, in cui con il passare del tempo emergono difficoltà nell’incastrare ferie e permessi con le esigenze del lavoro e del calendario aziendale.

L’equilibrio non è così semplice da trovare per la presenza in campo di diritti e doveri da parte di più soggetti che devono essere rispettati. Per questo è utile per i caregiver lavoratori (ma anche per i datori di lavoro) fare chiarezza su quelle leggi, norme, circolari,  aggiornamenti e contratti che regolano i rapporti di lavoro dipendente, per poi applicarle correttamente.

Di seguito abbiamo preparato una serie di domande e risposte basate su esempi concreti che riguardano la regolamentazione del rapporto le ferie, i permessi e i congedi straordinari legittimati dalla Legge 104/1992 e dal Decreto legislativo 151/2001 (articolo 42).

 

 

Se ho preso ferie il giorno 12, posso chiedere anche un permesso 104 per lo stesso giorno?

No, ferie e permessi 104 non sono cumulabili nello stesso giorno. Devi scegliere uno dei due istituti. Se hai un’urgenza assistenziale, puoi sospendere la ferie e sostituirla con il permesso, previo accordo e comunicazione.

 

Posso convertire un giorno di ferie già richiesto in un permesso 104, se ho necessità di assistenza urgente?

Sì, ma solo se l’assistenza è motivata e documentabile. Secondo l’Interpello n. 20/2016, la necessità di assistenza urgente può giustificare la sospensione delle ferie e l’utilizzo del permesso 104, con informazione tempestiva al datore.

 

Se durante le ferie il mio familiare ha bisogno di assistenza, posso sospendere le ferie e usare i permessi 104?

Sì, la normativa consente di interrompere le ferie già in corso per fruire dei permessi 104 in caso di sopravvenuta necessità assistenziale. Le ferie sospese potranno essere recuperate successivamente.

 

Il datore di lavoro può obbligarmi a finire le ferie prima di usare i permessi 104?

No, non può. Il datore non ha il potere di subordinare la fruizione dei permessi 104 al consumo delle ferie arretrate. Questo principio è confermato da giurisprudenza e interpelli ministeriali.

 

I giorni di permesso 104 fanno maturare le ferie come se stessi lavorando?

Sì. La giurisprudenza (Cass. 14187/2017) conferma che i giorni di permesso 104 sono equiparati a lavoro effettivo ai fini della maturazione delle ferie e della tredicesima.

 

Se uso i permessi 104, rischio di perdere delle ferie già maturate?

No, i permessi 104 non incidono negativamente sulle ferie già maturate. Tuttavia, occorre verificare i termini di scadenza previsti dal CCNL per non perderle per decorrenza.

 

Posso scegliere io se usare ferie o permessi 104, o decide l’azienda?

Puoi scegliere tu, ma devi rispettare le regole del contratto e comunicare in tempo utile. L’azienda non può imporre di usare ferie al posto dei permessi 104, se l’assistenza è motivata.

 

Cosa succede se ho ferie già approvate e poi mi accorgo che mi servono i permessi 104 per quei giorni?

Puoi chiedere di sospendere le ferie e attivare i permessi 104, se dimostri la necessità urgente. In questi casi è fondamentale comunicare tempestivamente al datore e fornire la documentazione.

 

Posso usare i permessi 104 a ore se ho preso mezza giornata di ferie?

Dipende: la legge consente il frazionamento orario dei permessi 104, ma la possibilità di cumularli con ferie nello stesso giorno dipende dal contratto collettivo. Alcuni CCNL (come quello del personale ATA o del pubblico impiego) permettono di usare, ad esempio, 4 ore di ferie al mattino e 2 ore di permesso 104 al pomeriggio, purché non si sovrappongano nello stesso orario. In altri settori più restrittivi, l’uso misto nello stesso giorno non è ammesso. Verifica sempre le regole del tuo contratto e confrontati con l’ufficio del personale.

Esempio pratico:
Giulia lavora nella scuola pubblica (CCNL comparto Istruzione). Il martedì prende 4 ore di ferie al mattino e 2 ore di permesso 104 al pomeriggio per accompagnare il padre disabile a una visita specialistica. Il frazionamento è ammesso e validato secondo normativa di settore.

 

Se il mio contratto prevede ferie “chiuse” (es. azienda chiusa ad agosto), posso comunque usare i permessi 104 in quei giorni?

In linea generale no, ma se c’è una sopravvenuta esigenza grave e documentata, potresti fare richiesta motivata. La valutazione sarà a discrezione dell’INPS e del datore.

📋 Hai ancora dubbi su permessi, ferie e congedo 104?

Nella newsletter di Refil Care ogni settimana una guida pratica per caregiver lavoratori — aggiornamenti normativi, risposte alle domande più frequenti, checklist operative.

Posso interrompere il congedo straordinario per fare una settimana di ferie già prenotata?

No, il congedo straordinario 104 è incompatibile con ferie o altre attività personali. Non può essere sospeso per motivi turistici o familiari diversi dall’assistenza.

 

Durante il congedo straordinario 104 continuo a maturare ferie e tredicesima?

No, durante il congedo straordinario non maturi ferie, tredicesima, TFR o anzianità di servizio. Il rapporto di lavoro è sospeso anche sotto il profilo economico.

 

Il congedo straordinario 104 è pagato come lo stipendio normale?

Sì, ma con un limite: viene corrisposta un’indennità pari all’ultima retribuzione percepita, ma soggetta ai massimali INPS. Non è detto che coincida con lo stipendio pieno, soprattutto nei contratti alti.

 

Durante il congedo straordinario 104 continuo a maturare ferie e tredicesima?

No, durante il congedo straordinario non maturi ferie, tredicesima, TFR o anzianità di servizio. Il rapporto di lavoro è sospeso anche sotto il profilo economico.

 

Se prendo il congedo straordinario per 3 mesi, perdo le ferie che avrei maturato in quel periodo?

Sì, perché il congedo straordinario non è considerato periodo lavorativo effettivo. Le ferie si maturano solo quando si è in servizio o in permessi retribuiti.

 

Se ho accumulato ferie non godute prima del congedo, posso usarle dopo il rientro?

Sì, le ferie già maturate restano valide. Puoi chiederne il godimento dopo il rientro, secondo le modalità previste dal contratto collettivo.

 

Durante il congedo straordinario posso lavorare part-time o fare un secondo lavoro?

No. Il congedo 104 va dedicato interamente all’assistenza del familiare disabile. L’INPS potrebbe revocarlo se accerti un’attività lavorativa incompatibile.

 

Devo consumare prima le ferie arretrate prima di iniziare il congedo 104?

No. Non esiste obbligo di azzerare le ferie maturate prima di accedere al congedo. L’accesso è legato esclusivamente ai requisiti di legge.

 

Il TFR continua a maturare durante il congedo straordinario?

No, il TFR non matura durante il congedo straordinario, in quanto il rapporto di lavoro è formalmente sospeso.

 

Posso pianificare il congedo straordinario in modo frazionato, intervallandolo con ferie?

Sì, il congedo può essere fruito anche in modo frazionato. Tuttavia, non è possibile alternarlo nello stesso giorno con ferie o permessi.

 

Chi paga il congedo straordinario 104: l’azienda o l’INPS?

Il congedo straordinario è a carico dell’INPS, che eroga direttamente l’indennità oppure tramite il datore di lavoro come anticipazione in busta paga.

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Permessi e Congedo Legge 104: cosa possono chiedere i caregiver al datore di lavoro

Andare in ferie dovrebbe rappresentare per le famiglie italiane solo un momento di gioia, svago e allontanamento da pensieri e preoccupazioni. Per molte di esse, però, l’organizzazione delle vacanze può rappresentare un momento di difficoltà, ad esempio per un caregiver, nel far coesistere lavoro, esigenza di riposo e senso di responsabilità nei confronti della persona assistita. 

Per fortuna, con i suoi permessi la Legge 104 tutela i lavoratori caregiver, ma non tutti forse sanno cosa spetta loro e cosa no; cosa il datore di lavoro è obbligato ad accettare e su cosa invece può far valere i propri diritti. 

Uno di questi aspetti in ombra è rappresentato appunto dall’equilibrio tra permessi e congedi da 104 e le ferie: quando è possibile richiederli? Come richiederli? Quando richiedere una cosa e quando invece non è possibile usarne un’altra? 

In questo articolo analizziamo le azioni possibili e quelle da evitare se si è lavoratori dipendenti e caregiver.  

Primo passo: chi sono i caregiver riconosciuti dalla Legge 104

Prima di poter parlare di permessi, ferie e congedi da legge 104 dobbiamo definire il profilo di chi ha effettivamente diritto a chiederli e sfruttarli. Abbiamo già definito in questo primo articolo di spiegazione sulla Legge 104 la sua struttura, il suo significato e a cosa da diritto. Ciò che la legge non contiene, però, pur essendo la norma quadro in tema di assistenza, è la definizione della figura del caregiver, contenuta invece nella Legge n. 205/2017 all’Articolo 1 più precisamente al comma 255: 

“Si definisce caregiver familiare la persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell'altra parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto [...] di un familiare o di un affine entro il secondo grado  ovvero [...] di un familiare entro il terzo grado che, a causa di malattia, infermità o disabilità, anche croniche o degenerative, non sia autosufficiente e in grado di prendersi cura di sé, sia riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza globale e continua di lunga durata [...] o sia titolare di indennità di accompagnamento…

Quindi, riassumendo, i caregiver riconosciuti dalla legge sono familiari fino al terzo di parentela, i coniugi, il compagno/a. 

A cosa ha diritto il caregiver nell’ambito del lavoro?

Definito il soggetto del nostro argomento, ovvero chi può essere nel concreto un caregiver, analizziamo quali sono i suoi diritti in ambito lavorativo. 

Un lavoratore dipendente in quanto caregiver riconosciuto dalla legge può assentarsi dal luogo di lavoro in modo retribuito, per prendersi cura della persona assistita, usufruendo di permessi o congedi. Definiamoli brevemente:  

Permessi 104

Sono definiti dal comma 3 dell’articolo 33 della legge 104, e possono essere utilizzati dai caregiver ogni mese fino a 3 giorni. Il diritto a richiedere i permessi retribuiti per assistere la persona bisognosa spetta a genitori, coniugi o conviventi (che si tratti di unione civile o coppia di fatto), figli, fratelli e sorelle o parenti fino al terzo grado di parentela. Nel corso degli anni la legislatura ha attuato alcuni cambiamenti in chiave meno restrittiva sulla regolamentazione dei permessi, andando ad annullare alcuni criteri di accesso ai permessi retribuiti, primo tra tutti la convivenza con la persona accudita (articolo 24, comma 1, della legge 183/2010).

 

Congedi 104

I congedi vengono disciplinati sempre nell’articolo 33 della legge 104 (comma 2) e nell’articolo 42 del Decreto legislativo 151/2001 che disciplina i ricorsi e i permessi per figli con handicap grave. Si tratta di un periodo prolungato di assenza dal lavoro - fino a un massimo di 2 anni - destinato alla cura e all'assistenza della persona bisognosa, e può essere richiesto da un caregiver convivente. E’ importante sottolineare che per richiedere il congedo esiste una "linea gerarchica": la priorità assoluta viene data ai coniugi o ai compagni (unione civile o convivenza di fatto non fa differenza) e solo in assenza di queste figure la richiesta può essere effettuata da, nell’ordine: 

  • genitori
  • figli
  • fratelli e sorelle
  • parenti fino al terzo grado.

Nel caso in cui la persona portatrice di handicap sia un minorenne l’ordine di priorità va chiaramente in favore di uno dei genitori e la durata massima del congedo parentale può prolungarsi di 12 mesi, nel caso di figli/persone disabili con meno di tre anni. E c’è un’ulteriore accorgimento: è possibile richiedere anche 2 ore di permesso giornaliero. 

Se il figlio con difficoltà è invece in età compresa tra i 3 e i 12 anni (o nel caso dell'adozione, entro i 12 anni di età), i genitori non possono usufruire delle 2 ore di permesso giornaliero in aggiunta. Potranno sempre richiedere i 3 giorni mensili e il prolungamento del congedo fino a 3 anni.

In entrambi i casi, non è possibile usufruire di tutte e tre le opzioni insieme, ma andranno organizzate seguendo questo articolo di esempio su come gestire i permessi retribuiti 104 per figli o parenti minori.

Per capire come gestire correttamente tutte le ipotesi possibili legate ai permessi retribuiti su figli o altri disabili minorenni rimandiamo alla guida all’articolo 33 comma 3 della Legge 104 con tutti gli ultimi aggiornamenti.

Nel caso in cui il caregiver sia il coniuge/compagno o altri parenti di secondo o terzo grado (ad esempio, fratelli e sorelle) si potranno richiedere "solo" i 3 giorni di permesso retribuito al mese.

Fattori importanti che condizionano le richieste di congedi e permessi 104

Sopra abbiamo visto le caratteristiche principali dei congedi e dei permessi straordinari per la 104 di cui un caregiver può usufruire per assistere una persona bisognosa. 

Adesso invece analizziamo nel concreto le situazioni in cui è possibile richiedere un congedo straordinario o un permesso all’azienda e anche i vincoli secondo i quali è possibile che l’azienda stessa respinga la richiesta. In particolare, ci soffermiamo su due aspetti molto importanti: 

  • la convivenza con la persona bisognosa
  • richieste da parte di più persone per assistere la stessa persona 

La Convivenza con la persona curata  

Per poter ottenere un congedo straordinario da legge 104 esiste una condizione di fondo che deve essere rispettata: la persona che li richiede deve vivere insieme alla persona di cui si sta prendendo cura. 

Facciamo un esempio pratico:

Matteo ha 11 anni, ha una disabilità grave riconosciuta dalla legge 104 e vive solo con la mamma perché i suoi genitori sono separati. La mamma di Matteo, che è una lavoratrice dipendente e vive insieme a lui, ha diritto a richiedere il congedo per assistere il figlio mentre il papà, che è presente nella vita di Matteo ma non vive più sotto il suo stesso tetto, non ha il diritto al congedo, almeno finchè la mamma è presente e idonea a prestare assistenza. 

Il padre di Matteo potrà beneficiare del congedo solo nel caso in cui la mamma di Matteo sia venuta mancare, sia assente o sia affetta da una patologia invalidante. 

Eccezioni a congedo e convivenza

La convivenza, quindi, è un requisito essenziale e oggettivo per ottenere il congedo straordinario, indipendentemente dal grado di parentela con la persona assistita. 

Art. 42, comma 5, D.Lgs. 151/2001, specifica:

"Il congedo è riconosciuto al coniuge convivente, ovvero, in mancanza, al padre o alla madre, anche adottivi [...] conviventi con la persona da assistere."

Esistono però alcune situazioni in cui la convivenza non è necessaria per il congedo 104. Si tratta ovviamente di motivi giustificati come lo spostamento fuori sede per un lavoro temporaneo, un ricovero o qualche altra emergenza. Oppure, non è necessario essere conviventi se il caregiver di riferimento presta di fatto assistenza continuativa e costante. 

Sarà l’INPS a dover approvare questa condizione dopo aver ricevuto da parte del caregiver una documentazione formale per ottenere assistenza continuativa.

Per chiarire meglio le situazioni che possono fare a meno del requisito di convivenza con la persona bisognosa, forniamo alcuni esempi come chiarimento. 

1. Assistenza a distanza per ricovero ospedaliero

La madre di Vanessa è disabile grave ed è ricoverata in una struttura sanitaria. Vanessa, convivente con la mamma prima del ricovero, continua ad assistere quotidianamente con visite e supporto amministrativo. In questo caso sono ammessi sia il congedo, sia il permesso retribuito. 

2. Lavoratore temporaneamente trasferito per lavoro

Carlo, che vive con suo figlio Paolo, disabile, viene assegnato per tre mesi a una sede lavorativa distante, ma rientra nei fine settimana per assisterlo.

La residenza anagrafica non cambia, e l’impegno assistenziale è ancora reale, quindi può mantenere l’accesso ai permessi 104 e, in certi casi, anche al congedo.

3. Disabile trasferito temporaneamente da parenti per motivi di cura

Giovanni è una persona anziana disabile grave che vive con sua figlia Anna, ma per un mese viene ospitato dall’altra sua figlia Carla per motivi familiari o di riposo. Anna però continua ad occuparsi in prima persona di cure mediche, burocrazia e visite.

La convivenza di Giovanni e Anna è temporaneamente sospesa, ma Anna resta l’assistenza principale, quindi può mantenere il diritto ai permessi/congedo, con dichiarazione sostitutiva.

4. Assistenza presso casa vacanze per motivi di salute

Ginevra è la mamma disabile di Maurizio e viene trasferita per due mesi in una casa di villeggiatura per motivi di salute, ma Maurizio continua a prestare assistenza ogni giorno sul posto.

Anche se il luogo fisico cambia, l’assistenza resta effettiva con una dichiarazione sostitutiva di convivenza temporanea, Maurizio può ottenere i benefici 104.



Convivenza e permessi 104

Il requisito della convivenza non sembra vincolante invece per quanto concerne la richiesta di permessi retribuiti da 104 fino a 3 giorni al mese per assistere la persona bisognosa. 

Gli ultimi aggiornamenti in materia hanno allargato le maglie sui vincoli di convivenza, priorità, esclusività e assistenza continuativa, eliminando il referente unico. Le richieste possono sempre essere fatte da

  • coniuge
  • l’altra parte dell’unione civile
  • genitori
  • figli
  • fratelli/sorelle
  • parenti fino al terzo grado 

ma ora non è più necessario che una delle prime 4 figure prima prioritarie (e presumibilmente conviventi) abbia più di 65 anni o sia impossibilitata per permettere a fratelli e sorelle o parenti fino al terzo grado di ottenere il permesso retribuito. Secondo l’articolo 24, comma 1, della legge 183/2010 infatti:

“Il diritto alla fruizione dei permessi di cui all’articolo 33, commi 2 e 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, è riconosciuto al lavoratore dipendente anche nel caso in cui altri soggetti abbiano titolo a fruire dei benefici, eliminando il requisito della continuità e dell’esclusività dell’assistenza.”

Quindi, anche se sono presenti altri familiari in grado di prestare assistenza, un lavoratore può comunque richiedere i permessi 104, senza dover dimostrare di essere l’unico in grado di assistere, di convivere con la persona disabile o che altri parenti prima di lui in grado abbiano rinunciato. 

La “gerarchia” non esiste più; rappresenta solo un criterio di riferimento per l’INPS e i datori di lavoro in caso di “abuso” delle richieste”. In questo modo, non viene impedito ad un familiare “più lontano” (es. fratello) di presentare la richiesta anche se esistono altri parenti “più vicini”.

Esempio: 

Marco, figlio di Carlotta, vuole richiedere i permessi 104 per assistere la madre anche se suo papà Claudio (marito e in pensione) convive con lei e se ne prende cura. In questo caso l'INPS può chiedere chiarimenti, ma non può escludere Marco in automatico dal permesso.

Assistenza a una persona da parte di più caregiver

In molti casi quando si parla di caregiver familiare, il pensiero va ad una coppia di genitori che si prende cura di un figlio portatore di handicap. Spesso questo avviene dividendosi i compiti: un genitore si occupa della cura della persona, l’altro si preoccupa invece di organizzare e gestire gli spostamenti, le visite o altri tipi di attività. Entrambi i genitori quindi, impiegati nelle cure e nella gestione della vita del figlio, hanno bisogno di tempo lontani dal luogo di lavoro.

Questo tempo esula dalla gestione delle ferie - che trovi descritta in questo articolo sulla compatibilità tra ferie, permessi e congedi previsti dalla Legge 104 - e deve essere organizzato in modo da non sovrapporsi a quello del coniuge o del compagno/a: questo perché la legge consente ad entrambi i genitori di beneficiare dei permessi retribuiti, ma non possono farlo nelle stesse ore o negli stessi giorni.  

Aiutiamo a capire con un esempio concreto. 

Chiara e Marco sono genitori di Giulia, una bambina di 8 anni con disabilità grave riconosciuta. Sia Chiara che Marco sono lavoratori dipendenti e hanno diritto ai permessi retribuiti Legge 104 (3 giorni al mese). Nel mese di luglio Giulia deve affrontare una serie di visite mediche e per questo Chiara prende 2 giorni di permesso 104, il 13 e 14 luglio, per accompagnare Giulia alla prima visita e passare il giorno successivo insieme a lei. In quei due giorni Marco non potrà ottenere permessi retribuito per stare con Giulia. Potrà chiederli e ottenerli in tutti gli altri giorni, tranne il 13 e 14 luglio.

Questa regola vale anche per usufruire del congedo straordinario. 

Se uno dei due (ad esempio Chiara) sta usufruendo del congedo straordinario retribuito, Marco non può nello stesso giorno:

  • prendere i permessi 104;
  • richiedere congedo parentale o altri benefici riferiti all’art. 33 della Legge 104 per la stessa figlia.

Quindi, in conclusione, cosa è consentito e cosa non lo è? Riassumiamo i punti principali in questa tabella

SituazioneAmmessa?
Genitori si alternano nei giorni✅ Sì
Genitori prendono lo stesso giorno di permesso 104❌ No
Uno prende congedo, l’altro prende permesso nello stesso giorno❌ No

E gli altri parenti?

Anche gli altri caregiver abilitati (e già elencati sopra) possono ottenere e usufruire dei permessi retribuiti 104. Con il D.lgs n. 105 emanato nel 2022, infatti, decade la figura del "referente unico all'assistenza", consentendo a più caregiver di prestare cura alla stessa persona, purché in modo alternato e nel limite complessivo dei tre giorni.

Esempio pratico

Mario e Laura sono i figli di Luisa, disabile grave. Entrambi lavorano e vogliono anche potersi occupare della mamma, quindi presentano richiesta all INPS e al proprio datore di lavoro per usufruire dei permessi 104. Nel mese di settembre Mario usufruisce del permesso il giorno 5 settembre, quindi solo un giorno, perché Laura ha già preso il 18 e 19 settembre. Hanno quindi raggiunto insieme il limite dei tre giorni di permesso e ne hanno usufruito in momenti diversi.

Conclusioni

I continui aggiornamenti alle normative vigenti hanno creato nel corso degli anni (e a volte creano tuttora) alcune zone d’ombra, nelle quali non si capisce bene cosa sia concesso e cosa no. Sicuramente, l’articolo 33 della legge 104 era stato scritto in modo abbastanza statico e dettava confini talvolta stringenti nei confronti della libertà di azione dei caregiver, soprattutto riguardo la gerarchia dei familiari e il principio di convivenza. Fortunatamente, dal 1992 (anno della legge 104) ad oggi molto è cambiato intorno al tema della disabilità: c’è maggiore consapevolezza dei problemi e delle difficoltà delle famiglie, maggiore interesse da parte del mondo “esterno” e una maggiore forza comunicativa. Tutti fattori che hanno permesso al legislatore di modificare la legge, plasmando la “materia” sulla base dell’ascolto attivo di queste realtà. 

In questa direzione, l’abbattimento dei vincoli di convivenza e unicità entro cui era confinata la legislazione dei permessi retribuiti 104 è un chiaro esempio. Ma non c’è da illudersi. Molto può essere ancora fatto, ad esempio sulla possibilità di allargare a più di una persona la possibilità di richiedere gli stessi permessi.

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Guida Legge 104: come funziona davvero nel 2025 – diritti e procedure

La Legge 104/1992 è la legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone portatrici di handicap, che definisce la condizione di disabilità (art. 3) e su questa base disciplina gli interventi per l’inclusione lavorativa, sociale e scolastica. Sulla base della gravità dello stato di una persona, la legge prevede una serie di benefici: ad esempio, strumenti molto incisivi come i permessi retribuiti e il congedo straordinario si attivano di fronte ad una situazione attestata di disabilità grave (art. 3 comma 3 ). Nei casi in cui la disabilità viene riconosciuta come meno grave (comma 1) esistono altre tutele, più circoscritte e dipendenti dall’ambito applicativo.

La 104/92 distingue tra disabilità riconosciuta (art. 3, comma 1) a “chi presenta compromissioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali” che possono ostacolare la partecipazione nei diversi contesti di vita su base di uguaglianza con gli altri e disabilità in “situazione di gravità” (art. 3, comma 3).  L’esito è formalizzato nel verbale ASL/INPS e costituisce il presupposto per attivare le principali misure. I permessi e il congedo sono in genere collegati alla “gravità”.

Che cos’è la Legge 104/92 e cosa copre davvero oggi

La 104 è una legge-quadro: stabilisce principi e strumenti per rimuovere ostacoli, favorire l’autonomia e garantire pari partecipazione della persona con disabilità. Il cuore operativo è l’articolo 3, che oggi definisce la disabilità guardando all’impatto funzionale e all’interazione con le barriere che ostacolano il normale coinvolgimento della persona nella vita quotidiana, non soltanto alla diagnosi. 

L’applicazione della legge è subordinata al rilascio del verbale con la valutazione medico-legale: il documento che, in concreto, attesta la disabilità della persona e abilita l’accesso ai singoli diritti in ambito lavorativo, sociale, scolastico e in alcuni casi anche fiscale.

Articolo 3: differenza pratica tra comma 1 e comma 3

  • Comma 1: viene riconosciuta la disabilità senza gravità
  • Comma 3 si certifica la situazione di gravità, che implica bisogno di assistenza permanente, continuativa e globale e fa scattare le principali tutele lavorative per la persona e per i caregiver. 

Nell’art 3 comma 1  il diritto c’è, ma data la condizione di disabilità riconosciuta come non grave, non si presuppone un supporto assistenziale costante: da qui la diversa ampiezza dei benefici, soprattutto sul lavoro. Il comma 3 art 3 legge 104 invece, fotografa una riduzione dell’autonomia della persona tale da richiedere aiuti stabili; per questo molte misure – in primis permessi e congedo – lo indicano come requisito. 

Permessi 104 e congedo: quando spettano e a chi

Permessi retribuiti (3 giorni/mese, anche frazionabili)

I permessi retribuiti spettano ai lavoratori con disabilità grave e ai lavoratori che assistono un familiare con disabilità grave, nell’ordine e con i requisiti previsti dalla normativa (coniuge/parte dell’unione civile, convivente di fatto, genitori, e – in specifici casi – parenti o affini entro il terzo grado). Restano alcuni limiti applicativi, tra cui il tema del ricovero a tempo pieno dell’assistito e il coordinamento con l’organizzazione aziendale, che sono spiegati adeguatamente nella nostra guida ai permessi retribuiti 104.

Congedo straordinario (fino a due anni complessivi)

Il congedo straordinario 104 riguarda i lavoratori dipendenti privati che assistono un familiare con disabilità grave. Tra i presupposti figurano la convivenza (con regole e possibilità di instaurazione successiva alla domanda, secondo la prassi) e l’assenza di ricovero a tempo pieno; la fruizione è complessiva nell’arco della vita lavorativa e può essere frazionata. La gestione è di competenza INPS e l’istituto è disciplinato dall’art. 42 del d.lgs. 151/2001, con chiarimenti operativi nella circolare INPS n. 39/2023. Anche in questo caso è possibile trovare tutti gli approfondimenti sui congedi straordinari nella guida dedicata

Come si ottiene il riconoscimento della 104: percorso, documenti, verbale

Il percorso ordinario di riconoscimento della condizione di disabilità (o, nel gergo ormai comune, del riconoscimento dell’art 3 legge 104) parte dal certificato medico introduttivo, prosegue con la domanda telematica e porta alla visita della Commissione integrata ASL/INPS

Il verbale indica se ricorre il comma 1 o il comma 3 e può prevedere una revisione. Ai fini della valutazione contano soprattutto gli elementi che descrivono come le compromissioni incidono sulle attività quotidiane e il bisogno di assistenza: si tratta di una documentazione clinica aggiornata e descrittiva di quanto impatta sulle normali funzioni e facilita una lettura della situazione aderente alla realtà. 

Dopo il verbale, le richieste dei singoli benefici seguono canali e modulistica specifici: per le misure lavorative, scolastiche o legate agli enti per l’inclusione l’istituto di riferimento è l’INPS mentre per la parte fiscale ci si rivolge direttamente all’Agenzia delle Entrate.

Esempi pratici:

Un genitore lavoratore con figlio in situazione di gravità può richiedere i permessi retribuiti e, se sussistono i requisiti, il congedo straordinario; se il verbale del figlio riporta soltanto comma 1, restano misure scolastiche e sociali, oltre ad alcune agevolazioni fiscali, ma non i principali istituti a favore del caregiver. Un coniuge convivente che assiste una persona in gravità può valutare il congedo; l’accesso dipende anche dall’ordine di priorità familiare e dall’assenza di ricovero a tempo pieno. In ogni caso, la fruizione concreta varia in base a parentela, convivenza, tipologia di contratto e alle indicazioni del verbale.

Domande frequenti sulla Legge 104

Qual'è la differenza tra art 3 comma 1 e comma 3?

Il comma 1 definisce la condizione di disabilità della persona, da cui consegue l’accesso a tutele mirate; il comma 3 invece certifica la gravità, con un bisogno assistenziale permanente e globale, ed è il presupposto tipico dei principali istituti lavorativi e familiari. 

Posso passare dal comma 1 al comma 3?

Sì, se il quadro evolve e aumenta il fabbisogno assistenziale si può chiedere aggravamento/rivalutazione secondo le regole vigenti; la Commissione riesamina e, se ne ricorrono i presupposti, rilascia un nuovo verbale con comma 3.

Con il comma 1 spettano i permessi 104 o il congedo straordinario al familiare?

I permessi retribuiti e il congedo straordinario sono legati, di regola, alla situazione di gravità della persona assistita. Con il solo comma 1 i caregiver non accedono normalmente a questi istituti; valgono invece altre misure compatibili con il diverso perimetro di tutela.

Scuola e inclusione

Il comma 1 è titolo utile per interventi educativi e sociali personalizzati secondo le norme di settore; modalità e intensità dei supporti dipendono dagli atti applicativi e dalla documentazione

In sintesi

Il comma 1 produce tutele concrete ma più limitate; i benefici più incisivi su tempi di lavoro e assistenza familiare richiedono di norma la condizione di disabilità grave, stabilita nel comma 3.

Cosa fare adesso per richiedere il riconoscimento della Legge 104

Se si vuole avviare la domanda di invalidità 104, è consigliabile avvalersi di certificazioni aggiornate e focalizzate sull’impatto funzionale, con il certificato introduttivo medico.  Se si possiede già un verbale di gravità bisogna consultare la possibilità di permessi e congedo presso INPS e datore di lavoro. Con il solo comma 1, verifica invece le misure scolastiche, sociali e fiscali attivabili, ricordando che ogni beneficio ha requisiti e canali specifici.

Conclusioni

Comprendere come funziona la Legge 104/92 è fondamentale per accedere ai diritti e alle agevolazioni previste per le persone con disabilità e i loro familiari. Dalla richiesta del riconoscimento, fino alla fruizione dei permessi lavorativi e delle agevolazioni fiscali, ogni fase deve essere affrontata con consapevolezza. Per questo è importante informarsi in modo corretto, affidandosi a fonti autorevoli e, quando necessario, a professionisti in grado di supportare famiglie e caregiver nei percorsi amministrativi e assistenziali.

 

 

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Il significato di essere un caregiver in Italia: ruolo invisibile ma essenziale

In Italia ogni giorno ci sono milioni di persone che si svegliano la mattina sapendo che dalla loro responsabilità, amore, sacrificio e forza di volontà dipende la qualità della vita di un’altra persona. 

Stiamo parlando dei caregiver, letteralmente “colui o colei che si prende cura”; nel caso specifico di un figlio, un parente o una persona anziana non-autosufficiente.

Una figura fondamentale, a cui spesso però viene negato il giusto riconoscimento e supporto da parte delle istituzioni pubbliche per poter svolgere nel pieno delle funzioni tutte quelle attività che rientrano sotto il cappello della cura di una persona bisognosa. 

Capire il ruolo del caregiver, esplorare la sua doppia natura di assistente e persona con propri doveri e bisogni, oggi è fondamentale per riconoscerne l’impatto sul mondo della disabilità e sulla società italiana in generale. 

In questo articolo esploreremo la figura del caregiver, analizzandone i compiti, le responsabilità e l’inquadramento in un contesto giuridico sociale ancora frammentato e bisognoso di evolversi. 

Chi è il caregiver: definizione e contesto in Italia

Il termine caregiver viene utilizzato in Italia soprattutto per indicare il familiare, il genitore o un parente, che assiste in modo continuativo una persona con disabilità o non autosufficiente, spesso all’interno del contesto domestico.

È importante non confondere il caregiver con la figura dell’assistente familiare o badante. Il caregiver non è un lavoratore retribuito, ma svolge il suo compito per affetto e responsabilità verso un proprio caro. A differenza delle badanti, i caregiver non ricevono compensi, né sono coperti da contratti o tutele specifiche, salvo rare eccezioni.

Secondo dati Istat - Istituto Nazionale di Statistica, in Italia ci sono oltre 7 milioni di persone che svolgono, in forma più o meno strutturata, funzioni di cura informale verso familiari fragili. Di questi, molti non si definiscono neanche caregiver: semplicemente, stanno “solo aiutando mamma”, “badando al figlio disabile” o “dando una mano al marito malato”.

Questo aspetto è fondamentale per iniziare a delineare il contesto culturale all’interno del quale viene definita la figura del caregiver e alcuni dei motivi per cui essa viene definita solo parzialmente all’interno dell’ordinamento.

Quali sono i compiti di un caregiver nella vita quotidiana

Essere caregiver significa accompagnare, sostenere, gestire e spesso sacrificarsi per il bene di un’altra persona. Le attività di un caregiver familiare sono numerose e complesse.

Curare l’igiene della persona assistita

Un primo ambito riguarda la cura fisica: il caregiver si occupa dell’igiene personale del familiare, della sua alimentazione quotidiana, della somministrazione di farmaci, della vestizione e talvolta anche della mobilizzazione.

Supportare emotivamente la persona di cui si prende cura

Accanto a questi aspetti pratici, c’è un livello più sottile ma altrettanto impegnativo: il supporto emotivo e psicologico. Il caregiver è spesso il principale punto di riferimento affettivo della persona assistita, colui che stimola, ascolta, calma, conforta, sostiene nei momenti di crisi. Un impegno delicatissimo, che va inevitabilmente ad incidere anche sullo stesso benessere psico fisico del caregiver, provocando talvolta stati di burnout o burden emotivo

Gestire la complessa della burocrazia della disabilità

Un altro compito rilevante è la gestione burocratica. Tra pratiche ASL, pratiche INPS, richieste di invalidità, Legge 104, piani terapeutici e modulistica varia, il caregiver diventa anche amministratore e “custode” della vita sanitaria del proprio caro.

Spostamenti e viaggi per accompagnare la persona assistita

Infine, non va dimenticato l’impegno negli spostamenti e accompagnamenti: visite mediche, terapie, esami, commissioni assorbono molto tempo e risorse e rendono la giornata del caregiver finalizzata all’adempimento di questi compiti. Il tempo dedicato agli altri però porta a tralasciare inevitabilmente gli impegni personali, come il lavoro, che sono importanti nella struttura del benessere psico-fisico e per l’autostima di una persona che deve obbligatoriamente“ pensare per due” e si concede raramente momenti di sano egoismo.

L’impatto sulla vita personale e lavorativa del caregiver

Come accennato sopra, il significato dell’essere caregiver non si esaurisce nel compito di dover dare sollievo alla persona che si assiste. Questo stile di vita imposto ha un peso enorme sulla vita di chi assiste: molti caregiver sono costretti a rinunciare al lavoro, o a ridurre drasticamente gli orari optando per contratti che, se da una parte concedono più tempo da dedicare alla persona, dall’altro riducono il valore economico delle entrate. 

Non solo. La centralità della persona assistita può avere un impatto profondo anche sulla vita sociale: il tempo libero si riduce, le relazioni si affievoliscono, l’isolamento cresce. La stanchezza cronica, l’ansia e la frustrazione sono esperienze comuni tra caregiver, che spesso non hanno neppure lo spazio per riconoscerle o condividerle.



Perché i caregiver sono ancora una figura “invisibile”

Abbiamo analizzato in breve le attività svolte dai caregiver nella cura e il sostegno della persona. Nonostante il loro ruolo centrale, i caregiver restano spesso invisibili agli occhi delle istituzioni e dell’opinione pubblica. 

Ma perché, nonostante l’11,6% della popolazione italiana rientri nella definizione di caregiver?

  • Il primo motivo è l’assenza di un riconoscimento giuridico pieno: al momento, in Italia non esiste una legge organica che definisca diritti e doveri del caregiver in modo chiaro e vincolante.
  • Un altro motivo è la sottovalutazione del carico emotivo e fisico che questa figura affronta. Il caregiver è visto ancora come una “presenza naturale”, quasi scontata, all’interno della famiglia, non come un soggetto che ha bisogno di essere sostenuto e tutelato a sua volta.
  • Infine, la scarsa visibilità mediatica e politica contribuisce a mantenere il silenzio su questa realtà. Solo recentemente si è iniziato a parlare di caregiver in Parlamento e sui giornali, ma molto resta ancora da fare per portare la loro voce al centro del dibattito pubblico.

L’importanza del supporto: cosa può aiutare davvero un caregiver

Supportare i caregiver significa dare valore a una funzione essenziale del nostro sistema sociale. Le forme di aiuto esistono ma devono rispondere sia ai bisogni pratici che a quelli psicologici.

Un primo intervento utile è la creazione di servizi di sollievo, ovvero momenti in cui il caregiver può essere temporaneamente sostituito da operatori formati, per riposare o occuparsi della propria salute. 

È fondamentale anche offrire sostegno psicologico, individuale o di gruppo, per aiutare le persone ad affrontare la stanchezza mentale e il peso emotivo che spesso accompagnano il ruolo.

Importanti sono poi le reti di confronto: gruppi di auto-mutuo aiuto, forum, community online in cui i caregiver possano condividere esperienze, consigli e strategie.

Infine, meritano attenzione anche gli strumenti digitali: dalle app che aiutano a gestire le terapie ai calendari condivisi, fino a piattaforme che mettono in contatto caregiver e professionisti. La tecnologia può davvero diventare un alleato, se progettata tenendo conto delle esigenze reali di chi assiste.

In questa direzione, alcune Regioni e Comuni stanno già erogando Voucher per l’acquisto di prestazioni assistenziali o di sollievo. Purtroppo, però,  criteri di assegnazione stringenti (ISEE) e l’imposizione di modelli organizzativi poco virtuosi (lunghe liste di attesa per accedere ai pochi servizi convenzionati) obbligano a una riflessione sul sostegno ai caregiver.

Conclusioni

Conoscere il significato di caregiver oggi in Italia vuol dire riconoscere una realtà fatta di presenza, fatica, amore quotidiano e tanti ostacoli da superare. I caregiver familiari sono una colonna portante del nostro sistema di welfare informale. Comprenderli, sostenerli e riconoscerli non è solo un atto di giustizia: è un passo necessario per costruire una società più equa, più solidale e più consapevole.